Compagni e compagne,
vorrei proporre una chiave di lettura del toccante film di Ken Loach “In questo mondo libero” (per chi conosce il regista: sceneggiatura cruda e schietta, uno spaccato sulle condizioni degli immigrati a Londra) proiettato mercoledì 2 Aprile, e con buona affluenza di pubblico, presso la sede di Sinistra l’Arcobaleno.
Come in tutti i film di Loach i toni documentaristici sono senz’altro presenti ma, in questo più che in altri, sono doverosi i distinguo rispetto al paese in cui il film è stato concepito e girato.
Non conosco approfonditamente il mercato del lavoro nel Regno Unito ma so che in Italia (almeno per quello che riguarda le agenzie di intermediazione) non siamo ancora ai livelli qui raffigurati.
Visto da noi, il film perde fortunatamente la valenza documentaristica e assume quella di monito: ecco da cosa dobbiamo difendere il nostro mercato del lavoro!
In Italia vigono serissime ed applicate leggi per quello che riguarda l’apertura di Agenzie per il Lavoro: almeno 4 filiali in 4 regioni differenti e con un capitale minimo sostanzioso; l’obbligo di applicare il contratto collettivo nazionale dell’impresa utilizzatrice, integrativi compresi; lo stipendio al dipendente come priorità assoluta e non subordinabile al pagamento del servizio da parte dell’utilizzatore; l’impossibilità di licenziare il lavoratore dall’oggi al domani una volta che questi abbia superato il periodo di prova; regole addirittura cavillose che regolano l’assunzione di personale non comunitario.
Nel film non mancano certo, soprattutto da un punto di vista psicologico e sociale, aspetti realistici e universali (anche se cinematograficamente esacerbati): il materialismo di una società che vede nel possesso dei beni di consumo il segno del proprio benessere; il cinismo degli addetti ai lavori (in parte come reazione di autodifesa); i problemi degli immigrati; l’inconciliabilità tra lavoro e famiglia per una donna sola; il “caporalato”, con il relativo passaggio dal ruolo di vittima a quello di carnefice come reazione naturale, anche se non giustificabile, a ciò che si è in precedenza subito; gli anziani come mentori di ciò che è stato e non deve tornare ad essere; il desiderio inconfessato di certa classe imprenditoriale che vede nella flessibilità estrema e deregolamentata un auspicabile e profittevole punto d’arrivo.
Venendo agli aspetti satirici, anche questi graditi al regista, evidenzio: la selezione del personale fatta per strada a bordo di una Harley-Davidson; l’agenzia postribolo, con le 2 neoimprenditrici che mandano messaggini erotici sul cellulare dei dipendenti più “fighi” organizzando improbabili festini come via di sfogo allo stress quotidiano; l’eccessiva somiglianza di Angie ad una pornostar qualsiasi e, per finire, il sicuramente involontario (ma ci ha fatto tanto sorridere!) riferimento all’arcobaleno, presente nel logo dell’improvvisata società “Angie and Rose’s recruitment”.
Concludo questa pseudo recensione riflettendo: viviamo (ma per quanto ancora?) in un paese differente da quello raffigurato nel film ma è del tutto evidente che le forze in atto a livello globale stiano spingendo verso “questo mondo libero”.
Bene! Se ognuno di noi reagisse alle inevitabili frustrazioni alle quali il mondo del lavoro direttamente o indirettamente ci sottopone, facendo un po’di politica dalla “parte giusta”, si creerebbe perlomeno un argine alla galoppante mercificazione della forza lavoro.
Chiudo con un appello: se vogliamo che le cose migliorino, o più realisticamente non peggiorino, il 13 e 14 Aprile resistiamo! Votando, e facendo votare Sinistra l’Arcobaleno!
A presto.
Massimiliano
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