Molte volte abbiamo scritto in questi mesi che la politica era in crisi non solo per i suoi costi ma anche perché aveva messo da parte la partecipazione e i processi democratici, perché era travolta dai personalismi, dalle decisioni di vertice, dalla crescente autoreferenzialità. Certo ci sono molti modi di stimolare la partecipazione e a volte non è vero che tutto quello che sembra partecipazione lo sia veramente, e soprattutto che incida veramente sulle scelte che vengono fatte. Troppo spesso ci si accorge che le scelte erano già prese e che il voto è servito solo a ratificarle. Oppure si ricorre alla partecipazione una volta ogni cinque anni, e nello spazio che intercorre decide solo il capo.
Ma qui interessa mettere in rilievo un aspetto diverso. Le persone sono pronte a dire la loro, basta chiedere. Sono pronte anche a spendere il loro tempo libero e la loro passione per un progetto, per una idea nella quale credono.
Ho sempre avuto una grande fiducia nella volontà di partecipazione dei cittadini alla vita sociale
( volontariato e associazionismo) ma anche alla politica. Spesso le persone, pur di dire la loro, partecipano a tutti i momenti che gli vengono offerti ( siano essi più o meno decisionali) proprio per questa ansia di potersi sentire utili, di poter incidere sulle scelte. E se la politica non interpreta questo segnale commette un errore grave. Lo abbiamo visto nella consultazione sindacale, quando cinque milioni di persone organizzate in un solo mese hanno dato una risposta così massiccia, l’abbiamo visto anche ieri nelle primarie del Pd. Sono d’accordo con coloro che dicono che tutti e due questi fatti possono contribuire a sconfiggere l’antipolitica, e che non andrebbero tradite le aspettative che emergono da entrambi quei voti. Ma questo è un altro discorso che si potrà fare via via che gli atti politici del Pd, ad esempio, saranno più chiari. Perché non c’è dubbio che il profilo internazionale, i valori di fondo, le scelte concrete del partito democratico e del suo nuovo segretario restano su molti punti, su troppi punti, ancora parecchio indefiniti. Così come si vedrà nelle prossime settimane la reale possibilità di convivenza tra Prodi e Veltroni nei loro rispettivi ruoli. In una intervista di stamattina il ministro Parisi dice che “ adesso sappiamo “chi” abbiamo scelto, ma non sappiamo ancora “cosa” abbiamo scelto”. Mi sembra una sintesi efficace che dice il positivo ma anche le molte incognite che restano sul cammino del Partito Democratico. E se lo dice lui…..
Ma anche per tutta la sinistra che resta fuori dal Pd, e dunque anche per Sinistra Democratica, c’è una lezione da trarre. Noi confermiamo ,oggi più di ieri, l’obiettivo di unire e rinnovare la sinistra italiana per farne un nuovo e moderno soggetto politico plurale ( federato se servirà); ma non siamo ciechi e vediamo altrettanto bene che il processo unitario subisce accelerazioni e fermate, che rischiano di creare disorientamento in quel vasto popolo ( in gran parte esterno ai partiti della sinistra critica al governo ) che si dichiara interessato all’unità e che vorrebbe vederla marciare più in fretta. Penso che il tema della partecipazione sia davanti a noi da tempo, e che oggi ci interroghi con più urgenza. Mi pare necessaria una vasta e ragionata campagna unitaria di ascolto del popolo di sinistra e delle sue aspettative, non possiamo limitarci a decisioni prese nei vertici dei partiti o dei gruppi parlamentari. Sarebbe dunque un gran bel segnale se tutti i soggetti di sinistra fuori dal Pd mettessero in piedi una vasta mobilitazione sul territorio, nei luoghi di lavoro , nelle scuole, nelle università, negli uffici, nelle piazze. Un questionario unitario (pensato insieme da tutte le forze della sinistra) potrebbe essere lo strumento da cui partire ( quante volte abbiamo detto che volevamo fare le primarie sulle idee e sui programmi e non solo sulle persone? ) - per domandare ai cittadini quanto sentano l’esigenza di una sinistra unita, quali valori e principi dovrebbero essere a fondamento di questa unione, in quali forme, con quali culture politiche di riferimento. Nelle molte assemblee che facciamo in giro per l’Italia gli interventi di coloro che prendono la parola ci parlano della sinistra che vorrebbero, si tratta di creare le condizioni per una consultazione che ci riporti anche in luoghi nei quali da tempo non andiamo, e in una società con la quale abbiamo radici sociali sempre più fragili.
Credo diventi essenziale e urgente passare attraverso una fase costituente di massa, popolare, che coinvolga i territori se vogliamo mettere con i piedi a terra il disegno politico di unire la sinistra in Italia. Io non mi auguravo una bassa partecipazione alle primarie del Pd, e non mi auguro il fallimento di quella ipotesi politica. Ma il Pd è il progetto di un partito di centro democratico.
Non è la mia casa e so per certo che non potrà essere la casa di molte donne e di molti uomini di sinistra . Resta sempre apertissimo uno spazio sulla sinistra che il Pd non vuole e non potrebbe coprire.
In quello spazio non possono più muoversi piccole e medie forze politiche, decine di movimenti, associazioni, singole personalità, ognuna per conto loro.
La sfida è questa- adesso bisogna accelerare.
Fulvia Bandoli